Quelle viti centenarie, patrimonio inestimabile di Feudi di San Gregorio

Feudi di San Gregorio, la terra, l’Irpinia.

Feudi di San Gregorio è la cantina irpina che da trent’anni si occupa di studiare, preservare e valorizzare i vitigni autoctoni della tradizione campana come il Greco, il Fiano e l’Aglianico.

Lo spirito che anima Feudi è quello di applicare ricerca e studio a un territorio incredibilmente ricco: l’Irpinia. Le forti escursioni termiche tra giorno e notte, la ventilazione costante e la piovosità di oltre 100 giorni l’anno, infatti, rendono questo territorio vocato alla coltivazione di viti di altissima qualità, ma non solo. Le vigne in Irpinia non si concedono al primo sguardo, vanno piuttosto “scovate” tra gli ulivi secolari, i boschi e le erbe aromatiche, differenziandosi l’una dall’altra per altitudine (dai 350 mslm agli oltre 700 mslm), esposizioni e pendenze. Non ultimo i suoli, che caratterizzano i diversi vigneti e che presentano in ampie zone forti matrici vulcaniche e sabbiose, grazie alle quali le viti sono state preservate dall’epidemia di fillossera di inizio ‘900.

Nella cantina di Feudi di San Gregorio trovano spazio vini di territorio e vini preziosi, un ristorante stellato (attualmente in fase di restyling) e aree per la cultura.

Spiega Antonio Capaldo, presidente dell’azienda:

Il filo conduttore è duplice: da una parte c’è la passione per i territori: vocati, stimolanti e pieni di potenzialità; dall’altra la volontà di offrire un prodotto di qualità a 360°”

Ed è proprio questo amore per la terra e la qualità che ha portato Feudi a cercare l’autenticità della sua storia attraverso vini unici, capaci di esprimere – senza compromessi produttivi – uno dei territori più interessanti della viticultura europea.

Il passato ci insegna il presente

Le caratteristiche pedo-climatiche fortunate dell’Irpinia e la capacità dei suoi abitanti di gestirla con sapienza nel tempo, hanno permesso nel corso dei secoli di conservare la conoscenza di pratiche preziose e altrove dimenticate. Questo insieme di fattori ha creato i presupposti per cui oggi in Irpinia non esiste “inquinamento varietale” (si trovano solo pochi filari di Barbera e Merlot frutto dell’emigrazione di ritorno dal Piemonte e dalla Francia) e, al contrario, non è raro trovare viti autoctone centenarie. Pierpaolo Sirch, “uomo di vigna”, che si occupa di tutto il comparto produttivo dell’azienda, lo spiega chiaramente:

Di fatto l’Irpinia è un’immensa banca dati genetica, uno scrigno di profumi e sapori diversi scomparsi dalla nostra memoria gustativa che devono essere salvati. La sfida di Feudi di San Gregorio – continua – è quella di cercare e proteggere la diversità per se stessa. La non-omogenità è un valore portante per il vino del futuro, non solo per Feudi

I Patriarchi, patrimonio inestimabile

Feudi di San Gregorio lavora ad oggi su un totale di circa 300 ettari. Di questa totalità circa 50 ettari sono piccole parcelle di vigne storiche, gestite con lunghi contratti di affitto, che hanno non solo l’intento di raccogliere grappoli preziosi ma anche di salvare letteralmente il patrimonio vinicolo, anche grazie alla garanzia di una sostenibilità economica ai proprietari delle vigne. Un processo di salvaguardia territoriale e varietale che è sempre stato tra gli obiettivi di Feudi di San Gregorio e che con Antonio Capaldo ha ricevuto ulteriore impulso.

È per questo che le vigne sono state ulteriormente mappate e catalogate per studiarne l’evoluzione durante il ciclo vegetativo e produttivo, come tasselli diversi di uno stesso mosaico. Tra queste, quelle che più emozionano e hanno destato interesse nella ricerca sono senza dubbio gli esemplari centenari di Taurasi. Piante prefillossera e a piede franco, alte otre i 2,5 metri con tralci che si incrociano l’uno con l’altro arrivando a 4-5 metri di lunghezza, costituendo un allevamento che in dialetto si definisce “a Tennecchia”.

Camminare in un vigneto avvolti dalle sue viti come in un abbraccio è uno spettacolo davvero unico ed emozionante. Ed è per questo che Feudi, una volta individuati questi esemplari, ha voluto preservarli, catalogarli e studiarne il potenziale.

Infatti, da oltre 15 anni collabora con il prof. Attilio Scienza e l’Università di Milano nel progetto di ricerca dedicato alle piante centenarie di Taurasi nominato – non a caso – “Patriarchi”. Tale progetto ha alla base lo studio del DNA delle piante prefillossera “incontaminate”, permettendo così di ricostruirne la storia e preservarne gli esemplari in una vigna che è un museo a cielo aperto. “Avremmo perso un inestimabile tesoro genetico – ricorda Capaldo – che invece è diventato parte del nostro patrimonio”.

Oggi da questo vigneto-museo nasce il vino Serpico, mentre le viti più interessanti sono state codificate e riprodotte, e vivono nei nuovi impianti di Aglianico nel vigneto “Dal Re”.

Preservare le viti, però, vuol dire anche recuperare quei metodi di lavoro antichi che ne hanno permesso la conservazione. Infatti per queste viti – ma in generale vale per tutte le vigne su cui lavora Feudi – vige il metodo di “potatura soffice”, che si basa sui metodi messi a punto dai Preparatori d’Uva Simonit-Sirch. Questo costante impegno fa sì che vengano salvate le gemme delle “viti archeologiche” per poterne riprodurre l’identità. Oggi, infatti, i nuovi impianti – sempre a piede franco – si affiancano ai vigneti più antichi in un incastro virtuoso dove vince la personalità del territorio.

Serpico: una bottiglia senza tempo

Le vigne centenarie prefillossera hanno ispirato un vino destinato a diventare mito. Da quelle vigne storiche infatti nasce il Serpico: un vino senza compromessi produttivi, che vuole essere “il frutto” più autentico del suo territorio di provenienza.

Aprire una bottiglia di Serpico significa iniziare il racconto dei Patriarchi e della straordinaria storia delle piante centenarie irpine. La raccolta delle uve è uno spettacolo durante la vendemmia poiché le vigne si animano di mani sapienti che raccolgono il frutto in maniera immutata rispetto a due secoli fa. Alla fermentazione in acciaio segue l’affinamento in barriques di rovere francese e in botti da 50 hl di media tostatura. Poi l’affinamento di altri 12 mesi in bottiglia.

Il vino nel calice ha un colore rubino intenso e presenta al naso un’incredibile complessità: confettura di ciliegia, spezie dolci, liquirizia, caffè e cacao, sono solo alcuni dei sentori che stuzzicano l’olfatto. Al palato è equilibrato: il tannino “ammorbidito dal tempo” si unisce a una spiccata mineralità e a grande persistenza.

Serpico è quel vino che può essere abbinato a piatti di grande complessità, ma può essere bevuto anche da solo: un testimone indiscutibile di una storia centenaria da tramandare.

Milano Wine Week 2019

Per chi sarà a Milano, è in agenda una masterclass sul Serpico nell’ambito della manifestazione Milano Wine Week a Palazzo Bovara, martedì 8 ottobre dalle ore 16 alle ore 18 (su prenotazione), dal titolo:

“La verticale di Serpico: l’eleganza delle vigne ultracentenarie dell’Irpinia”

Per info e prenotazioni: T. +39 0825 986680 – [email protected]

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