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Prosecco o Valdobbiadene? La disputa sull’etichetta dello spumante più venduto

Proprio su una delle etichette più famose, su quella del vino che contende allo Champagne il titolo di spumante di riferimento nel mercato internazionale, è in corso una discussione accesa.

La ragione alla base della disputa è la seguente: ora che tutti conoscono il Prosecco, come possono differenziarsi le cantine produttrici della zona storica delle colline di Valdobbiadene, rispetto a quelle che raccolgono le uve in zona DOC?

Le due fazioni: Prosecco vs Valdobbiadene

Da un lato ci sono alcuni produttori di collina che, guidati da Col Vetoraz (azienda che ha come enologo il Gran Maestro della Confraternita di Valdobbiadene Loris Dall’Acqua), dall’altro lato c’è Innocente Nardi Presidente del Consorzio di Tutela del Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore Docg, spalleggiato dal governatore Luca Zaia.

I primi propongono di abolire la parola “Prosecco” dalle etichette della DOCG, mentre i secondi si oppongono a tale modifica.

La Confraternita di Valdobbiadene ha inviato un questionario ai 2.640 produttori della DOCG nel quale si chiede di eliminare la parola “Prosecco” perché in collina è sufficiente la dicitura “Conegliano e Valdobbiadene” ad identificare l’eccellenza. Questa posizione è rinforzata dal recente encomio da parte dell’UNESCO che ha dichiarato le Colline di Conegliano e Valdobbiadene patrimonio mondiale.

Che cosa prevede il disciplinare Conegliano Valdobbiadene – Prosecco Superiore DOCG?

Col Vetoraz dalla vendemmia 2017 ha tolto la parola “Prosecco” dalle proprie etichette, sostituendola con Valdobbiadene DOCG, aprendo la faida.

Ad oggi il disciplinare del Consorzio permette al singolo produttore di non usare la parola “Prosecco”. In base ad un’inchiesta del CIRVE (Centro Ricerca Viticoltura ed Enologia di Conegliano) solo l’8% delle 90 milioni di bottiglie della DOCG adotta questa soluzione. Oltre alla già citatata Col Vetoraz con le sue 1,2 milioni di bottiglie, ci sono quelle di Bortolin Angelo Spumanti e quelle dell’azienda agricola Le Bertole.

Il 92% delle etichette riporta la dicitura Prosecco Superiore, oltre al luogo di origine.

Cosa dicono le Istituzioni?

Il governatore Luca Zaia ha dichiarato:

“Togliere la parola Prosecco dalle etichette è una partita che riguarda i produttori.

Personalmente penso che togliere repentinamente il nome dalle etichette farà spostare gli acquirenti, soprattutto all’estero, su quelle che il nome ce l’hanno.

Tuttavia, è inaccettabile sentir dire che il decreto del 2009, che io feci da ministro, sia stato fatto per fini politici. Non è così, è un decreto condiviso con il territorio, è un decreto che, per dirla tutta fino in fondo, ha permesso a noi trevigiani e al Friuli Venezia Giulia, in virtù di una legge europea, di utilizzare in esclusiva il nome sulle etichette. Da quel momento in poi gli unici titolati a produrre Prosecco siamo noi. Questo ha significato che oggi noi non abbiamo più sul mercato le bottiglie di Prosecco che venivano dalla Puglia, dall’Emilia Romagna o dalla Romania.

Siamo passati da 250 a 650 milioni di bottiglie di oggi, ed è giusto che i produttori riconoscano questo. Quindi un mio appello ai Consorzi che si facciano sentire su questa partita, perché rappresentano i produttori. È inaccettabile sentir dire che con il decreto del 2009 il Prosecco ci ha rimesso”.

Quali i prossimi sviluppi?

Il Consorzio non ha nessuna intenzione di cambiare nell’immediato il proprio disciplinare per cambiare il nome. Un’eventuale modifica del disciplinare prevederebbe un iter normato a livello sia europeo che italiano, e richiederebbe un ampio consenso dei produttori, assieme all’approvazione sia del Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali e del Turismo che della Commissione Europea.

Innocente Nardi, presidente del Consorzio di tutela del Prosecco Superiore DOCG, ha una posizione ben precisa in merito:

“Non entriamo nelle decisioni delle singole aziende, ma scelte di questo genere non si possono improvvisare. Oggi il Prosecco Superiore rappresenta la nostra identità storica. Chi ha un mercato locale può omettere il nome, ma a livello internazionale non è possibile. Il disciplinare ovviamente si può modificare, ma serve un percorso condiviso e un ampio consenso”.

Solo il tempo ci dirà quale delle 2 visioni prevarrà sull’altra e come si evolverà l’intera vicenda, sicuramente l’ultima parola spetta ai produttori.

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