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I vini rosati di Tenute Rubino: omaggio alla storia dell’enologia pugliese

I vini rosati rappresentano un patrimonio dell’enologia italiana dal grande potenziale che, seppur oggi non abbia ancora espresso tutto il suo valore, progressivamente sta vivendo una importante rivitalizzazione.

I vini rosati diventano così sempre più apprezzati in tutto il Mondo. Non solo come alternativa, ma soprattutto come vino autentico, con una propria storia, una propria dignità e un proprio fascino.
Su scala globale, Francia e Stati Uniti costituiscono i maggiori consumatori di vino rosato. Celebri sono i vini rosati della Provenza, ma anche l’Italia può vantare una sua ‘’capitale del vino rosato’’ nel Meridione, nel Tacco d’Italia: parliamo della Puglia.      

Il Torre Testa Rosato

In questo contesto il vino rosato salentino rappresenta un’icona e segno di una identità, in particolare grazie alle sue peculiarità organolettiche, al millenario bagaglio storico e grazie al suo strettissimo legame con il territorio sul piano sociale e culturale.

Tenute Rubino come azienda rappresentativa del Salento, porta avanti con orgoglio e devozione la cultura del vino rosato. Mantiene un saldo legame con la tradizione senza rinunciare alla sua naturale vocazione per l’innovazione: è così che nasce il Torre Testa Rosato.   

Quando agli inizi degli anni Duemila, Luigi Rubino decise di scommettere e puntare sul Susumaniello come varietale a tutto tondo, decise di farlo cominciando proprio dalla sua grande versatilità e da quelle belle e diverse declinazioni che questo vitigno poteva offrire di se stesso.

vini rosati torre testa

  

Il Torre Testa Rosato è un Susumaniello in purezza vinificato in rosato secondo la precisa scelta di rispettare quello che il varietale ha da offrire.       

Il suo nome deriva da una delle tante antiche torri di guardia erette nel Medioevo per proteggere la terra dagli assalti degli invasori e che, ancora oggi, caratterizzano l’intera costa salentina.       

In prossimità della Tenuta di Jaddico, una delle cinque tenute di Tenute Rubino, laddove l’azienda porta avanti la coltivazione del Susumaniello,  è ancora presente la Torre Testa del Gallico, conosciuta anche con il nome di torre di Giancola, dal nome del canale adiacente che sfocia nel mare.

La tenuta di Jaddico si caratterizza per un suolo di tipo sabbioso così, in questo vino rosato, si può godere di una singolare nota sapida ben equilibrata da una decisa freschezza.
Dopo una raccolta a mano effettuata nella seconda decade di Settembre e una fermentazione a temperature controllate tra i 16-18 °C, questo vino si presenta fresco e intenso,  con note floreali di rosa, fiori di ciliegio e delicati sentori di azalea, ma anche con eleganti note fruttate tra cui spiccano fragola, melograno, lampone e ribes.

Saturnino

Ma se per la vinificazione in rosato del Susumaniello, Tenute Rubino ha cercato di essere pioniera e avanguardia, con la più tradizionale vinificazione in rosato del Negroamaro l’azienda ha voluto mantenere vivo quel suo legame con il territorio, riproponendo il passato nel presente attraverso la liaison tra tradizione e innovazione: nasce così Saturnino.

vini rosati tenute rubino

Con il nome Saturnino, Tenute Rubino si ricollega con la storia romana e con l’antica storia della coltivazione della vite e la produzione del vino nel territorio brindisino. Lucio Marcio Saturnino era il liberto che nel I secolo d.C. conduceva un fundus di oltre 2000 ettari coincidente oggi in parte con tre delle Tenute della famiglia Rubino.    

     
Saturnino è un rosato moderno ma che mantiene viva in sé la tradizione del rosato pugliese, figlio delle uve di Negroamaro della Tenuta di Jaddico che sorge in prossimità del mare e con un terreno di tipo sabbioso, con la sua peculiare scia sapida, rappresenta la più autentica ‘’viticoltura di mare’’.

La cultura del rosato in Puglia

L’origine del vino rosato in Puglia può rintracciarsi nei lontani tempi delle colonie della Magna Grecia e la sua produzione è proseguita nel tempo nonostante il periodo buio della viticoltura mondiale determinato dagli attacchi di fillossera.    
I vini rosati in Puglia, e nel Salento, sono una costante che ha resistito all’incessante scorrere del tempo. Oggi, costituiscono un importante segmento culturale del patrimonio vitivinicolo pugliese.
Negli ultimi anni questa tipologia di vino è sempre più associata al lifestyle, ma in Puglia, con il suo valore identitario, ha un valore ben più profondo, rappresentando quasi un rituale da difendere e tramandare.

Dalla Daunia alle Terre di Bari, dall’Alto al Basso Salento, i diversi terroir che si incontrano nel ‘’tacco’’ sono tutti perfetti, nelle loro caratteristiche comuni, per una produzione di rosati che possa rispecchiare un concetto del vino rosato di qualità.

Stesso discorso è possibile fare per le varietà tipiche di Puglia, quei varietali autoctoni che dal Bombino Nero al Primitivo, dal Negroamaro al Susumaniello, sono tutti perfetti nelle rispettive differenze, per una vinificazione in rosato che li valorizzi appieno secondo un concetto identitario comune.

È un po’ questa la forza del vino rosato pugliese: la perfetta integrazione tra la geografia e l’ampelografia fino a rappresentare il territorio nella sua massime espressione.

Il vino rosato pugliese è così la quintessenza del territorio, con peculiarità nelle tecniche di produzione che ancora oggi vengono raccontate influenzando la moderna produzione di rosati pugliesi e salentini.

Già i coloni Greci che popolavano quel territorio che oggi chiamiamo Puglia, trasmisero il loro sapere ai contadini del posto, insegnando loro la cosiddetta tecnica della ‘’lacrima’’.    
Si sottoponevano le uve a bacca nera ad una delicata pigiatura così da farle ‘’lacrimare’’ in un mosto fiore che proprio da quella soffice pigiatura traesse già parte del colore intenso delle bucce senza che fossero necessari contatti ulteriori tra mosto e bucce.         

Vini rosati da valorizzare e far conoscere

Il Salento dunque, proseguendo nella sua opera di autentica devozione verso un prodotto così particolare, ha poi affinato la tecnica del ‘’salasso’’.             

Conosciuta in Francia con il nome di saignée, il salasso prende il nome da un’antica pratica medica. Consiste proprio nel ‘’prelevare’’ dal mosto fiore di uva in fase di macerazione destinato alla produzione di un vino rosso, un quantitativo (tra il 10% e il 30%) dopo una macerazione, che può andare dalle 5 fino alle 48 ore, per farne dunque un vino rosato.   

Questa pratica diffusissima originariamente in Salento, aveva lo scopo di accentuare l’organolettica dei vini rosati esaltandone appieno colore, intensità aromatica e struttura. Grazie proprio a quanto il mosto riuscisse a prendere da quella lunga macerazione con le sue bucce di uve a bacca nera.

I vini rosati salentini così, sia per varietali di provenienza (Primitivo e Negroamaro in particolare) che per tecniche utilizzate, storicamente, si sono contraddistinti proprio per questa loro identità e personalità che ne faceva non ‘’mancati vini rossi’’ ma veri e propri vini rosati da valorizzare e far conoscere.

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