Whisky e Italia: 4 curiosità su un amore corrisposto

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J&B

Beh, forse non tutti sanno che Justerini & Brooks (noto come J&B), celebre marchio di Whisky e superalcolici in genere, deve i suoi natali ad un Bolognese: Giacomo Giusterini. Giacomo e prima suo padre erano mastri distillatori a Bologna ma, innamoratosi di una cantante d’Opera, decise di seguirla in Regno Unito dove non ebbe fortune in amore ma conobbe un imprenditore locale, George Johnson, con cui avviò una distilleria che diventerà l’odierno brand la cui J sta appunto per Justerini da una storpiatura del cognome di Giacomo Giusterini in terra scozzese.

Il sangue irlandese di Guglielmo Marconi

Tutti conoscono Guglielmo Marconi, noto inventore della radio, ma non tutti sanno che le sue origini si dividono tra il padre bolognese e la madre irlandese. Annie Jameson, la madre di Guglielmo Marconi, è figlia di Andrew che nel 1780 fondò insieme al fratello l’omonima distilleria Jameson a Dublino che oggi produce il whiskey irlandese più diffuso nel mondo.

Si noti come il termine Whisky sia proprio del vocabolario Scozzese e Canadese, mentre a fronte di prodotti Irlandesi o Statunitensi sia frequente trovare la grafia Whiskey.

Silvano Samaroli: il Signore degli Spiriti

Il mercato su scala internazionale del whisky, nato alla fine dell’Ottocento sulla spinta di innovazioni tecnologiche e dell’epidemia della fillossera che distrusse i vigneti europei, si muoveva sull’asse dei blended. Le distillerie che mettevano il loro nome sulle etichette erano poche (ad esempio Macallan).

Accanto ai distillatori ed ai blender, sul mercato del whisky si muovevano nuove figure come i selezionatori ed imbottigliatori indipendenti, nati alla fine degli anni Sessanta del Novecento. Queste figure professionali selezionavano personalmente i barili o i lotti per fare “il proprio whisky” e commercializzarlo col proprio nome o con il proprio marchio. Questa nuova figura professionale è un’invenzione italiana: Silvano Samaroli è da molti ritenuto il capostipite di questo mestiere e ha dato origine ad una vera e propria scuola seguita in tutto il mondo.

Anche Samaroli è bolognese, prima agente e poi direttore di un’azienda di liquori, decide negli anni ’60 di partire per la Scozia dove andrà selezionando le migliori botti su cui porre il proprio nome, questa capacità lo ha reso un punto di riferimento per imprenditori della ristorazione, bar ed enoteche in Italia e nel mondo. Ci ha lasciato nel 2017 dopo aver fatto gustare alcuni dei migliori distillati al mondo.

Esiste un Whisky italiano?

Fino al 2012 non esistevano distillerie di whisky in Italia sul modello “scozzese”, tuttavia già dagli anni Trenta alcune distillerie italiane si cimentarono nell’imbottigliamento di whisky, con le dovute differenze. Dagli anni Trenta ad oggi numerose di queste distillerie non esistono più o sono state inglobate in altri gruppi, tra i più noti si ricordano Buton, Stock, Candolini, Fabbri, Strega, Sarti e Pilla. È interessante notare che queste distillerie fossero situate nell’area bolognese e che fossero già note per la produzione del brandy italiano (nelle etichette veniva riportata la dicitura “stravecchio”).

Durante il ventennio fascista vennero italianizzate alcune parole straniere come bar divenne “mescita”, brandy divenne “acquavite”, così come whisky diventava o “acquavite” o “spirito d’avena”. Può essere capitato anche di trovare bottiglie che riportavano la dicitura “uischi” o storpiature simili.

Altra precisazione indispensabile è che a quei tempi le normative erano meno stringenti di oggi e quindi senza dichiararle in etichetta erano consentiti più stratagemmi per italianizzare il prodotto. Esistevano due categorie principalmente:

  • whisky derivanti da un assemblaggio di malti o grain scozzesi e di alcol puro prodotto in Italia;
  • whisky scozzesi miscelati o diluiti in Italia da stabilimenti italiani.

 

Nel corso del 2015, la distilleria Puni di Glorenza, in Val Venosta ha lanciato un prodotto che può essere chiamato whisky, anche se ha solo tre anni di maturazione: si tratta di un whisky di malto che utilizza anche malto d’orzo, malto di segale e malto di frumento. Il resto della produzione è però scozzese, infatti, gli impianti sono stati progettati e realizzati in Scozia, la formazione è avvenuta ad opera di consulenti scozzesi. Il malto ha un’impronta italiana, perché si usa una piccola percentuale di segale locale di montagna e la maturazione viene svolta in vecchi bunker della Seconda Guerra Mondiale in botti ex-Marsala.

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