I Vini dell’Opera: Nero di Sicilia

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Faceva molto caldo quella sera. L’uomo guardò fuori dalla finestra la terra arsa dal sole: la donna gli sorrise. Lui aveva pianificato tutto lucidamente, pensato ogni dettaglio. Avvicinò la bocca al bicchiere e bevve un sorso di vino: avvertì un profumo forte, intenso, un sapore violento in bocca.

La donna, sua moglie, gli chiese cosa avesse fatto quel giorno; “Sono andato a caccia” rispose lui.

Sebbene sorridessero, una sottile inquietudine si percepiva nell’aria: lei gli aveva spiegato ogni cosa, il suo amore per lui, l’abbandono folle per l’altro, di cui si era pentita.

L’uomo continuava a guardarla, ad osservare i suoi lineamenti, la sua bellezza, e sentì una stretta al cuore: le aveva detto di averla perdonata.

L’aria era immobile e quasi irrespirabile: la terra di Sicilia li avvolgeva. L’uomo bevve ancora un sorso di vino e una vampata di fuoco gli balenò negli occhi: quel Nero d’Avola, portato nell’isola secoli addietro dagli antichi Greci, gli ricordava la sua passione per lei.

Ora la donna era impaurita e tremava, era smarrita.

L’uomo allora sollevò le cortine dell’alcova e le mostrò il corpo senza vita del suo amante, assassinato poco prima; lei gettò un grido che risuonò tra le mura.

Lui bevve ancora un sorso di vino, un attimo prima di ucciderla.

16 ottobre 1590.

La storia è quella di Carlo Gesualdo, principe di Venosa (1566-1613) a cui il libretto di “Luci mie traditrici” è ispirato. Considerato uno dei più grandi madrigalisti del suo tempo, è rimasto tristemente famoso anche per avere ucciso la sua prima moglie e il suo amante. L’ispirazione dell’Opera è tratta anche dal dramma “Il tradimento per l’onore”, scritto nel 1664 da Giacinto Andrea Cicognini, storia tragica del duca Federico che, per vendicare l’onore offeso, uccide con fredda determinazione la moglie e il suo amante.

La terra, la Sicilia, è quella di Salvatore Sciarrino, l’autore.

Il vino, il Nero d’Avola, è l’espressione di quest’isola, un intreccio di cultura, storia, arte, bellezze naturali.

Secondo una leggenda, la vite iniziò a crescere in Sicilia, a seguito delle lacrime di Dionisio, piangente perché assetato. Nacque così il vino, dono degli dei agli uomini.

vasi-289x300Gli storici ritengono che la vite crescesse spontaneamente in Sicilia, ma molte uve furono portate dai Fenici, abili navigatori e commercianti. I Greci avviarono, nel corso dell’VIII sec. a.C., la viticoltura intesa come sistema organizzato di produzione, introducendo tecniche innovative, quali la coltura ad alberello, ancora oggi presente, i sistemi di potatura, la selezione dei vitigni più adatti in base alle caratteristiche del suolo.

I Romani continuarono la produzione di vino in Sicilia: sembra che un vino prodotto qui, il Mamertino, fosse il vino preferito da Giulio Cesare. A seguito della conquista da parte degli Arabi, la viticoltura andò in declino, ma riprese con la dominazione Normanna e Sveva (1061-1266).

 

Gli Aragonesi (1288-1512) iniziarono a commercializzare i vini nel resto dell’Europa, contribuendo al miglioramento delle condizioni economiche dell’isola; con la dominazione Borbonica, si producevano in prevalenza vini da taglio, dalla forte gradazione alcolica.

John Woodhouse

John Woodhouse

Ma è nel 1773 che accade qualcosa che cambierà profondamente la storia del vino della Sicilia: un commerciante inglese, John Woodhouse, sta solcando le acque adiacenti alle coste, diretto verso Mazara del Vallo, quando viene sorpreso da una tempesta; trova riparo fortunosamente presso il porto di Marsala. Si ferma qui alcuni giorni ed intuisce che il vino che si produce, dolce e dalla forte gradazione alcolica, è simile ai vini di moda all’epoca, ovvero lo Sherry, il Porto e il Madeira, richiestissimi dal mercato, e può essere di gradimento agli Inglesi. Decide di stabilirsi a Marsala, per produrre un vino a cui applica tecniche di produzione simili a quelle dello sherry e inizia a commercializzarlo: è un successo immediato ed enorme, che fa conoscere queste zone e il Marsala, vino fortificato e di grande longevità (anche sino a 50 anni), alla Corte e alla nobiltà inglese.

Nel corso dell’800 il successo dei vini siciliani continua, e la produzione si estende sino alle zone dell’Etna e di Catania, ma viene bruscamente arrestato attorno al 1880, a seguito dell’arrivo, anche qui, della filossera. Questo afide, che devastò i vigneti di mezza Europa nel corso dell’800, attaccava le radici delle viti, provocandone in breve tempo la morte. I grandi scienziati del tempo cercarono in tutti i modi di combattere la malattia e alla fine si arrivò all’innesto delle piante su piede di vite americano, che si presentava naturalmente resistente a questo afide, dopo secoli di convivenza in America.

2785-3Nel Novecento, a partire dagli anni Settanta, si è assistito ad una vera e propria rinascita dell’enologia siciliana, con una particolare attenzione per la valorizzazione dei vitigni autoctoni. Tra i bianchi, si ricordano l’Inzolia (nota anche come Ansonica), il Catarratto, il Carricante, il Grecanico, il Grillo, lo Zibibbo (o Moscato d’Alessandria), la Malvasia delle Lipari; tra le uve a bacca rossa, si segnalano il Nero d’Avola, il Nerello Mascalese, il Frappato.

Accanto a questi, convivono le coltivazioni dei grandi vitigni internazionali: Chardonnay, Cabernet Sauvignon, Merlot, Pinot Nero e Syrah.

Il Nero d’Avola è considerato “il principe dei vini siciliani” e uno dei migliori viti italiani. Il nome deriva dal siciliano “calaurisi” che significa “uva di Avola”, tradotto erroneamente in italiano come “calabrese”, nome con cui questa uva veniva a volte chiamata in passato.

Oggi, un grande Nero d’Avola è prodotto dalla cantina Tasca d’Almerita, una famiglia che da otto generazioni ama questa terra, la coltiva e la cura, per fare in modo che diventi luogo del buon vivere, espressione di cultura, territorio, diversità.

La storia inizia circa 200 anni fa, quando i conti Tasca di Palermo decidono di avviare la produzione di vino.

Villa Tasca

Villa Tasca

La sede è Villa Tasca, risalente al 1500, un luogo incantato immerso in un’oasi verde e lussureggiante, tra mandorli, palme e acacie, adiacente al centro storico di Palermo. La villa ha ospitato da sempre personaggi illustri, regnati, principesse, musicisti; ne restò profondamente affasciato Richard Wagner che vi soggiornò lungamente e che qui compose nel 1881 il terzo atto del “Parsifal”. Anche Jacqueline Kennedy la visitò e rimase incantata dalla bellezza della vegetazione che circonda la villa, considerata uno dei giardini più romantici della Sicilia.

In seguito, per ampliare il terreno destinato alla viticultura, la famiglia Tasca acquistò altre tenute, tra cui l’antico feudo di Regaleali, situato tra Palermo e Caltanisetta, nel cuore della Sicilia, dove si producono i vini proposti per quest’Opera, il Regaleali Bianco e il Regaleali Rosso.

8606_TascaDAlmeritaRegalealiBianco_2015_1Qui l’altitudine varia tra i 400 e i 750 metri s.l.m; il terreno è calcareo e argilloso, quindi particolarmente adatto per la coltivazione della vite; il clima è quasi continentale, con inverni rigidi e forti escursioni termiche tra il giorno e la notte, che valorizzarono il corredo aromatico delle uve.

Il Regaleali Bianco 2015 è composto da uve Inzolia (38%), Catarratto (19%), Grecanico (19%) e Chardonnay (13%).

Il colore è giallo paglierino, con riflessi verdolini. Al naso, si espandono le note di frutta: mela, pera, pesca, agrumi. Al palato si presenta piacevolmente fresco, ricco e intenso. E’ adatto per gli antipasti e per tutti i piatti a base di pesce.

9067_TascaDAlmeritaRegalealiRosso_2014_1Il Regaleali Rosso 2014 è composto da uve Nero d’Avola al 100%. Il colore è rosso rubino inteso. Al naso è un’esplosione di profumi, che vanno dalla ciliegia, marasca, ribes, mirtillo, alle spezie (vaniglia e salvia) sino ad arrivare al tabacco e cioccolato. In bocca è corposo e con tannini morbidi e vellutati.

La maturazione del vino avviene per metà in acciaio e metà in botti di rovere di Slavonia, per sei mesi. E’ adatto in abbinamento a carni rosse, selvaggina, formaggi.

 

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