Storia di bolle in Franciacorta

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Dire Franciacorta equivale a dire bollicine, ma non bollicine qualsiasi. La Franciacorta è una delle più importanti zone di produzione vitivinicola a vocazione spumantistica dell’intero Paese. La storia delle bollicine e della rifermentazione in bottiglia in Italia passa inevitabilmente anche dalla Franciacorta.

Siamo sul Lago d’Iseo, anzi, più precisamente nella parte che si affaccia sulla sponda meridionale del Lago, in una zona che viene menzionata come “Franzacurta” per la prima volta in un documento ufficiale del 1277, lo statuto municipale di Brescia, e che è identificata con l’area a sud del Lago d’Iseo compresa tra i fiumi Oglio a ovest e Mella a est.

Oggi il territorio di Franciacorta è composto di 19 comuni della provincia di Brescia; l’origine del nome verosimilmente deriva dal latino francae curtes che stava a indicare zone esenti dal pagamento dei dazi in cambio di lavori agricoli dei monaci.

In effetti, la presenza di corti monastiche fu fondamentale per la prosecuzione della coltivazione della vite dopo i romani (della viticoltura in questa zona parlano Plinio, Columella e Virgilio) e si può dire che dai romani in poi la Franciacorta non ha mai vissuto lunghi periodi di cessazione dell’attività vitivinicola.

Per molto tempo in Franciacorta si è prodotto vino fermo, destinato principalmente al consumo locale. La vera rivoluzione inizia negli anni ’50 del secolo scorso, quando si dà l’avvio in modo serio e consapevole al processo di spumantizzazione prima in vasca o in bottiglia, a discrezione del produttore, e dal 1993 la rifermentazione in bottiglia diventa obbligatoria per disciplinare.

In poche decine d’anni la Franciacorta diventa meta ambita di imprenditori che, pur provenendo da altri settori, si affidano a esperti enologi e investono sul territorio contribuendo al continuo miglioramento della tecnica spumantistica e alla vitivinicoltura in genere.

E così, per proteggere un territorio e il suo vino si arriva il 5 Marzo del 1990 alla costituzione del Consorzio volontario per la tutela dei vini Franciacorta, e nel 1995 viene istituita la DOCG Franciacorta.

Originariamente, quando nel 1967 ci fu il riconoscimento della DOC Pinot di Franciacorta, il vitigno principe della produzione era appunto il pinot bianco, che poteva essere accompagnato in uvaggio da pinot nero e pinot grigio.

Lo chardonnay si “scopre” solo in un secondo momento, ma è destinato sin da subito a diventare il vero protagonista della spumantistica franciacortina; usato anche in purezza oltre che in uvaggio per la costituzione dei vini-base, oggi occupa l’80% dell’intera superficie vitata.

LoSparviere3A seguire troviamo il pinot nero (15% della superficie vitata totale) che conferisce struttura e longevità, impiegato principalmente per i millesimati e le riserve e naturalmente alla base della cuvée di Franciacorta Rosé per un minimo del 25%.

Infine il pinot bianco, mai in purezza e mai nella produzione dei vini-base, lo troviamo nei vini base per un massimo del 50%.

Lo spumante Franciacorta può essere “declinato” in diverse tipologie: c’è la sua versione classica a base di chardonnay, pinot nero e pinot bianco (max 50%) che deve trascorrere minimo 18 mesi sui lieviti e non può essere immesso al commercio prima di 25 mesi dalla vendemmia; c’è il Satèn, esclusivamente nella versione brut, composto di chardonnay e pinot bianco; infine c’è il Rosé, il cui vino base spesso è realizzato da uve 100% pinot nero.

Per tutte è tre le tipologie sono previste le versioni:

  • Millesimato (tutto il vino proviene da un’unica annata), prodotto in annate particolarmente favorevoli, non può essere immesso al commercio prima di 37 mesi dalla vendemmia.
  • Riserva, sono i Millesimati qualitativamente più importanti che permangono sui lieviti per molti anni, almeno cinque, secondo il disciplinare.

 

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