Il vino in Calabria tra passato e presente.

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Per molti anni in Calabria il vino è stato considerato alimento della classe popolare, dei ceti meno abbienti. Faceva parte della dieta dei contadini e della gente di campagna che da sé e per sé lo produceva secondo le antiche tradizioni ‘casalinghe’. Da un po’ di tempo a questa parte le cose stanno cambiando e da circa una decina d’anni il mondo del vino calabrese sta subendo importanti trasformazioni sia in campo produttivo sia qualitativo, ecco perché parlare di vino calabrese è quasi come parlare di una nuova scoperta.

La storia del vino e della vite in Calabria affonda le sue radici in un antico passato, quello della Magna Grecia, quando i coloni greci dalla madre patria si trasferirono lungo le coste della penisola e portarono con sé la vite, dono di Dioniso, e i suoi nobili frutti: il gaglioppo, uno dei vitigni più rappresentativi della viticoltura calabrese, risale al VIII secolo a. C. e fu importato dai Greci lungo le coste ioniche.

Eppure né le antiche origini, né il florido mercato vitivinicolo, cui gli antichi Greci diedero straordinario impulso, furono sufficienti a mantenere vivo l’interesse per il vino e per la sua produzione, e col tempo molti vitigni autoctoni andarono perduti.

Per fortuna la viticoltura calabrese, seppure in ritardo rispetto alle altre regioni, sta tentando di recuperare il terreno perduto, rivalutando le uve del territorio e adeguando in termini tecnologici tutto il processo produttivo.

Questo grazie soprattutto alla riscoperta delle potenzialità di un territorio estremamente vario per geomorfologia e microclima: tra le vette innevate del Massiccio del Pollino, nel parco nazionale più grande d’Italia, l’altopiano della Sila, i rilievi dell’Aspromonte e le lunghe coste ioniche e tirreniche che cingono la regione quasi per intero il clima passa da continentale a tipicamente mediterraneo, da importanti escursioni termiche nelle vigne poste a 700 m. sul livello del mare nella Denominazione Terre di Cosenza all’aria secca e asciutta della zona ionica in cui si coltivano vitigni come il mantonico e il greco bianco di Bianco che danno origine a vini rari, preziosi e di difficile reperibilità.

Librandi1A parte queste rare perle bianche, nel complesso il panorama ampelografico è caratterizzato da una netta prevalenza delle uve a bacca nera che costituiscono il 75% dell’intera produzione; sono senza dubbio il magliocco e il gaglioppo i vitigni a bacca nera più rappresentativi dell’odierna vitivinicoltura calabrese.

Spesso sono stati confusi verosimilmente a causa della loro assonanza, tuttavia si tratta di vitigni distinti, coltivati in zone differenti.

Il magliocco, conosciuto già nell’ottocento, è un vitigno che dà uve cariche di colore e che matura intorno alla metà di ottobre, ne esistono due varietà distinte: il magliocco canino, coltivato nella lametino, che dà vini più immeditati e il magliocco dolce, prodotto nella provincia di Cosenza, capace di offrire vini con un’eccellente potenzialità in termini di lunga evoluzione. È possibile trovarlo anche nella versione “in rosa”.

Delle antichissime origini del gaglioppo si è detto in precedenza; questo vitigno è coltivato nella zona di Cirò, una delle zone più note e vocate da secoli alla viticoltura. La sua maturazione arriva intorno alla prima decade di ottobre, è un vitigno con pochi antociani e presenta, quindi, un colore non troppo carico e si distingue per buona sapidità e freschezza.

Entrambi i rossi si abbinano perfettamente alla cucina calabrese, che, nonostante gli 800 km di costa, è rappresentata principalmente da piatti di terra: maiale e n’duja si sposano perfettamente con un Cirò Rosso, mentre piatti di origine contadina come pasta e patate o lagane e ceci possono essere abbinati a un buon Magliocco rosato.

 

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